Non trovavo nemmeno difficile l’evitare i posti dove si era soliti incontrarsi, prendere il caffé o fare l’amore… Tutto questo era in qualche modo accettabile.
Quello che davvero non riuscivo a sopportare, la cosa che più di tutte mi irritava al limite dell’isteria, erano le implacabili telefonate di mia madre.
Cominciava sempre con un cauto “come stai cara?” per passare, senza nemmeno attender risposta, al tendenzioso “hai mangiato tesoro, vero?”.
Dopo una breve capatina nel campo della solidarietà femminile, con i suoi “quel mascalzone si è fatto vivo?”, o “ gli uomini sono tutti uguali piccola mia!”, passava alle infinite raccomandazioni, ai cantilenanti “te l’avevo detto”, per terminare poi, quando ormai i nervi erano al limite della sopportazione, con il profetico “non affogare la tua disperazione nel gelato alla crema davanti alla tivù, finisce tutto sui fianchi… già li hai importanti, li hai ereditati dalla tua povera nonna, pace…”.
All’anima sua.
Ero convinta, e lo sono tuttora, che nonostante lo smodato amore che mia madre provava per me, non aspettasse altro che il prevedibile e rovinoso sfacelo della mia vita sentimentale, per poter finalmente indossare i panni della mammina premurosa, ruolo che in passato non le era mai stato congeniale, per via di un’ingombrante e soddisfacente carriera costellata di successi, uomini, feste mondane, ed ancora uomini… Con l’unica figlia andata a vivere lontano da casa, e col coincidere del termine della propria folgorante carriera, finalmente aveva tutto il tempo per dedicarsi a questo affascinante terreno inesplorato, che era per lei il ruolo materno.
“Spesso la felicità sta nell’assenza più che nella presenza delle persone.”
Era questo che ripetevo a me stessa ogni qual volta mettevo giù il telefono, non capendo bene se mi riferissi a lei o all’uomo di turno che m’aveva ferito, e lo ripetevo anche davanti alla tivù con una vaschetta di variegato all’amarena; pur di fare un torto alla mamma ero disposta a cambiare gusti.
Forse un modo semplicistico per dire che stavo meglio da sola, ma in quel periodo, oggi lo posso dire, la felicità era qualcosa che non avevo ancora realmente provato.
L’inverno era alle porte e quell’anno coincideva con la fine della mia storia con Davide.
Avevo sempre guardato con estrema ammirazione gli alberi che fronteggiano il freddo pungente svestendosi delle proprie foglie. Nella mia testolina buffa, così la definiva il mio ex, vedevo in quel “gesto” un tono di sfida, e nonostante io fossi una che con l’arrivo dei primi freddi autunnali sfoggiava l’amato guardaroba invernale senza esitazione alcuna, appoggiavo moralmente la loro causa, ed ero li, nuda, al loro fianco, fiera come un’amazzone pronta alla battaglia.
Aspettavo sempre con impazienza l’ultimo mese dell’anno, non per l’atmosfera di festa che si respirava nell’aria, seppur piacevole, ma per la tregua che mi concedevo nella personalissima battaglia contro Milano, che mi ospitava ormai da anni ma con la quale, in fondo, sentivo di non aver mai legato veramente.
A casa, nel mio paese perso nel profondo sud d’Italia, mi aspettavano i parenti, le grandi abbuffate, le amiche lasciate con la promessa, infranta mese per mese, di non cambiare mai.
Più di tutto però, aspettavo le vacanze natalizie (e se non m’avete preso per pazza per la storia dell’amazzone lo farete adesso) per l’interminabile, per alcuni estenuante ed insopportabile, viaggio in treno.
Sotto i tuoi piedi la terra corre mentre tu sei ferma.
Essere in tutti quei posti e nel contempo in nessuno di essi.
Vi faccio una confidenza un po’ imbarazzante: quando era possibile, lontano dagli occhi indiscreti degli altri passeggeri, all’annuncio dell’imminente partenza da parte del capotreno, applaudivo in sordina bisbigliando un entusiastico “urrà”. Quella volta però dovetti tenere per me le esternazioni di gioia perché nella cabina, proprio di fronte a me, c’era un uomo, grigio d’umore e di capelli, composto e silenzioso. Avrà avuto una quarantina d’anni.
Dovetti rinunciare al mio rito segreto, concedendomi un piccolo “urrà” pensato e un insonoro applauso sotto il cappotto di lana appoggiato sulle gambe.
Quell’anno però, a guastare un po’ il mio entusiasmo, fu il fatto che per via dell’improvvisa rottura con il mio ragazzo, decisi di partire dall’oggi al domani e, non avendo prenotato il posto, fui costretta a viaggiare di notte. Le luci delle città avevano certo il loro fascino, ma non era davvero la stessa cosa. Anzi, ad aggravare il tutto, nei brevi tratti in cui il treno passava nelle infinite campagne d’ irriconoscibili periferie, il buio dello sfondo unito alle luci delle cabine trasformavano improvvisamente il finestrino in uno specchio che rifletteva impietoso il viso triste di quella ragazza nuovamente sola.
Ero presa non so da quale pensiero quando fui bruscamente interrotta dall’improvvisa frenata del treno.
Fu cosi violenta che venni letteralmente scagliata fuori dal mio sedile, finendo in braccio all’uomo grigio seduto di fronte a me.
E’ così che ebbe inizio.
“Curioso, vero?”
La voce era vibrante e profonda.
Inspiegabilmente profonda.
Era come se la sentissi risuonare direttamente dalla sua cassa toracica.
Aprii gli occhi ancora stordita dalla brusca frenata e mi accorsi che era effettivamente cosi.
“Mi scusi!!!”
Scattai come prima di allora avevo visto fare solo alle timide Giapponesine dei cartoni animati, mani congiunte e tipico gocciolone di sudore ad indicare l’estremo imbarazzo.
Dovevo essere sembrata davvero ridicola perché quell’uomo grigio sul cui sorriso non avrei scommesso due lire, ora sorrideva con la freschezza di un ragazzino e la cosa mi mise subito allegria.
”Dovrebbe sorridere più spesso sa?”
”Ho l’aria di uno che sorride poco?” Era partita come domanda ma fini per essere una timida affermazione… “Ha ragione… in effetti non è il viaggio più felice della mia vita quello di oggi ma… è strano, in questo momento è come se mi fossi tolto un grosso peso di dosso”.
Il mio sguardo doveva essere stato molto esplicito, perché subito corresse il tiro.
”Oh no no, non mi riferivo certo a lei, lei è una piuma! E’ qualcosa di piu… non glielo so spiegare”,
…
..
.
”Che cos’ è curioso?”
”Scusi?”
”Mentre le stavo… in braccio, ha detto che era “curioso”. Curioso cosa?”
”Ah, già… guardi.”
Mi indicò il paesaggio all’esterno.
”Ma io non vedo niente”.
”Appunto!
Signorina conosce il “genius loci”?
Non attese risposta, la mia espressione doveva essere stata particolarmente eloquente.
”Secondo la mitologia romana…” (e lì realizzai di essere finita in una cabina con un docente universitario logorroico, praticamente uno dei miei incubi peggiori) “…è lo spirito protettore di un determinato luogo. E io ora lo sto avvertendo!. Questo posto è qui per noi…”
Cominciai a chiedermi se, volandogli addosso, non lo avessi inavvertitamente colpito in testa. Avvertivo però provenire dalle sue parole entusiaste, uno strano calore, ed ascoltarlo era piacevole come lo sono i racconti dei bambini quando ti parlano del loro mondo fantastico, dei mostri affrontati con le loro spade di legno.
“Guardi qui fuori: dove siamo?”
”Direi che non è possibile capirlo, è tutto buio: potremmo essere sospesi in aria, in fondo al mare o addirittura sotto terra!”, cominciavo a farmi prendere anche io da quel gioco bizzarro, un po’ divertita ed un po’ per assecondarlo. Sapete com’è, una ragazza, sola, di notte…
”Esattamente, un luogo in cui l’individuo svanisce, diluendosi nella solitaria e silenziosa massa di paesaggi immaginari e…’’
”E…?”
”… e io, non lo sento più quell’affanno. Sa, sto tornando a casa da mia moglie. Ci stiamo separando. Non ci amiamo più. Ero innamorato di quella ragazza. Volevo davvero fosse per tutta la vita, ma sa, a volte ci si perde, per strada, stupidamente… E ci si ritrova uomini, e ci si ritrova donne, e sorpresa! Non abbiamo più niente in comune. Io con il mio lavoro a Milano, lei con il suo a Roma… Ero profondamente angosciato e forse fuori da qui tornerò ad esserlo, ma adesso, ora, io sto bene. Lei come sta? Ah, che sbadato! Piacere, mi chiamo Angelo..”
Parlammo, non so, due ore? Tre?.
Ripenso spesso a quel momento e mi dispiace dirvelo così, ma il resto non posso condividerlo con voi. A volte capita, raramente a dire il vero, di aprire gli occhi e accorgersi di essere stati assopiti per lungo tempo. Capita anche che un perfetto sconosciuto ti parli di se e che tu voglia ascoltarlo perché la sua vita, il suo bene, ti stanno a cuore. Percepisci il giusto peso delle cose, e la tua vita ti appare davanti con tutti i suoi casini, certo, ma vivida e bella come solo le cose delle quali non scorgiamo la fine, sanno essere.
Poi il treno ripartì. Riapparvero le prime luci della città e uscimmo quasi violentemente da quell’atmosfera irreale nella quale, se l’avessimo voluto, avremmo potuto prolungare il respiro delle nostre anime, conservandone un “pezzo” per noi. Le voci degli altri passeggeri che fino ad allora non avevo sentito riapparvero con prepotenza. Parlavano di un incidente, forse un duplice suicidio. Delle vite finivano mentre le nostre, per un attimo, erano quasi riuscite a rinascere. Angelo da li a poco tornò schivo e taciturno ed arrivati a Roma mi salutò con un distaccato “sono arrivato, buon viaggio”.
Una ragazza con dei fermagli a forma di ranocchie in testa, era immersa nel suo mondo di musica e pensieri. Sembrava così infelice. I nostri treni ripartirono per direzioni opposte e le augurai, se non oggi, di vivere quelle stesse sensazioni dalle quali io, poco prima, avevo attinto a piene mani.
Avrei voluto conservare in eterno quelle emozioni, ma col tempo le ho perse e so che nessuno me le darà più indietro.
Faccio come facciamo tutti, stringo a mani nude la corda più a lungo che posso, poi le forze calano, le mani sanguinano, e tutto quello che possiamo fare nei pochi secondi che restano prima di mollare la presa, è dare un’ ultima occhiata a chi, dall’altro capo della fune, sta per fare lo stesso…
E a secondo di quello che stai per abbandonare, sorridi teneramente o ti disperi.
Quando desideri con tutto il cuore che qualcuno ti ami, dentro ti si radica una follia che toglie ogni senso alle cose. E per te non esiste piu nulla eccetto quell’insistente, profondo, amaro bisogno.
Ed è quello che provammo entrambi, Angelo ed io, l’uno per l’altra, in quella notte che per poche ore fece risuonare le nostre anime, all’unisono.













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