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29

Ott

Il non posto

Blog by Scatterhead  Blogging in racconti brevi

Alla fine di una storia d’amore, non ci crederete, quello che trovavo davvero insopportabile non stava nello spartirsi gli amici come in una gara a ruba bandiera, o nel riporre tutti i cd che avevano fatto da colonna sonora alla nostra storia, in uno scatolone con l’etichetta “Davide” (a fianco ad Andrea, sotto Paolo ma due scaffali più in su del povero Fausto, declassato per mere ragioni logistiche, non me ne voglia).
Non trovavo nemmeno difficile l’evitare i posti dove si era soliti incontrarsi, prendere il caffé o fare l’amore… Tutto questo era in qualche modo accettabile.
Quello che davvero non riuscivo a sopportare, la cosa che più di tutte mi irritava al limite dell’isteria, erano le implacabili telefonate di mia madre.
Cominciava sempre con un cauto “come stai cara?” per passare, senza nemmeno attender risposta, al tendenzioso “hai mangiato tesoro, vero?”.
Dopo una breve capatina nel campo della solidarietà femminile, con i suoi “quel mascalzone si è fatto vivo?”, o “ gli uomini sono tutti uguali piccola mia!”, passava alle infinite raccomandazioni, ai cantilenanti “te l’avevo detto”, per terminare poi, quando ormai i nervi erano al limite della sopportazione, con il profetico “non affogare la tua disperazione nel gelato alla crema davanti alla tivù, finisce tutto sui fianchi… già li hai importanti, li hai ereditati dalla tua povera nonna, pace…”.
All’anima sua.
Ero convinta, e lo sono tuttora, che nonostante lo smodato amore che mia madre provava per me, non aspettasse altro che il prevedibile e rovinoso sfacelo della mia vita sentimentale, per poter finalmente indossare i panni della mammina premurosa, ruolo che in passato non le era mai stato congeniale, per via di un’ingombrante e soddisfacente carriera costellata di successi, uomini, feste mondane, ed ancora uomini… Con l’unica figlia andata a vivere lontano da casa, e col coincidere del termine della propria folgorante carriera, finalmente aveva tutto il tempo per dedicarsi a questo affascinante terreno inesplorato, che era per lei il ruolo materno.
“Spesso la felicità sta nell’assenza più che nella presenza delle persone.”
Era questo che ripetevo a me stessa ogni qual volta mettevo giù il telefono, non capendo bene se mi riferissi a lei o all’uomo di turno che m’aveva ferito, e lo ripetevo anche davanti alla tivù con una vaschetta di variegato all’amarena; pur di fare un torto alla mamma ero disposta a cambiare gusti.
Forse un modo semplicistico per dire che stavo meglio da sola, ma in quel periodo, oggi lo posso dire, la felicità era qualcosa che non avevo ancora realmente provato.

***

L’inverno era alle porte e quell’anno coincideva con la fine della mia storia con Davide.
Avevo sempre guardato con estrema ammirazione gli alberi che fronteggiano il freddo pungente svestendosi delle proprie foglie. Nella mia testolina buffa, così la definiva il mio ex, vedevo in quel “gesto” un tono di sfida, e nonostante io fossi una che con l’arrivo dei primi freddi autunnali sfoggiava l’amato guardaroba invernale senza esitazione alcuna, appoggiavo moralmente la loro causa, ed ero li, nuda, al loro fianco, fiera come un’amazzone pronta alla battaglia.

   Aspettavo sempre con impazienza l’ultimo mese dell’anno, non per l’atmosfera di festa che si respirava nell’aria, seppur piacevole, ma per la tregua che mi concedevo nella personalissima battaglia contro Milano, che mi ospitava ormai da anni ma con la quale, in fondo, sentivo di non aver mai legato veramente.

A casa, nel mio paese perso nel profondo sud d’Italia, mi aspettavano i parenti, le grandi abbuffate, le amiche lasciate con la promessa, infranta mese per mese, di non cambiare mai.
Più di tutto però, aspettavo le vacanze natalizie (e se non m’avete preso per pazza per la storia dell’amazzone lo farete adesso) per l’interminabile, per alcuni estenuante ed insopportabile, viaggio in treno.
Sotto i tuoi piedi la terra corre mentre tu sei ferma.
Essere in tutti quei posti e nel contempo in nessuno di essi.
Vi faccio una confidenza un po’ imbarazzante: quando era possibile, lontano dagli occhi indiscreti degli altri passeggeri, all’annuncio dell’imminente partenza da parte del capotreno, applaudivo in sordina bisbigliando un entusiastico “urrà”. Quella volta però dovetti tenere per me le esternazioni di gioia perché nella cabina, proprio di fronte a me, c’era un uomo, grigio d’umore e di capelli, composto e silenzioso. Avrà avuto una quarantina d’anni.
Dovetti rinunciare al mio rito segreto, concedendomi un piccolo “urrà” pensato e un insonoro applauso sotto il cappotto di lana appoggiato sulle gambe.
Quell’anno però, a guastare un po’ il mio entusiasmo, fu il fatto che per via dell’improvvisa rottura con il mio ragazzo, decisi di partire dall’oggi al domani e, non avendo prenotato il posto, fui costretta a viaggiare di notte. Le luci delle città avevano certo il loro fascino, ma non era davvero la stessa cosa. Anzi, ad aggravare il tutto, nei brevi tratti in cui il treno passava nelle infinite campagne d’ irriconoscibili periferie, il buio dello sfondo unito alle luci delle cabine trasformavano improvvisamente il finestrino in uno specchio che rifletteva impietoso il viso triste di quella ragazza nuovamente sola.
Ero presa non so da quale pensiero quando fui bruscamente interrotta dall’improvvisa frenata del treno.
Fu cosi violenta che venni letteralmente scagliata fuori dal mio sedile, finendo in braccio all’uomo grigio seduto di fronte a me.
E’ così che ebbe inizio.

 ***

 “Curioso, vero?”

La voce era vibrante e profonda.

Inspiegabilmente profonda.
Era come se la sentissi risuonare direttamente dalla sua cassa toracica.

Aprii gli occhi ancora stordita dalla brusca frenata e mi accorsi che era effettivamente cosi.

“Mi scusi!!!”
Scattai come prima di allora avevo visto fare solo alle timide Giapponesine dei cartoni animati, mani congiunte e tipico gocciolone di sudore ad indicare l’estremo imbarazzo.

Dovevo essere sembrata davvero ridicola perché quell’uomo grigio sul cui sorriso non avrei scommesso due lire, ora sorrideva con la freschezza di un ragazzino e la cosa mi mise subito allegria.

”Dovrebbe sorridere più spesso sa?”
”Ho l’aria di uno che sorride poco?” Era partita come domanda ma fini per essere una timida affermazione… “Ha ragione… in effetti non è il viaggio più felice della mia vita quello di oggi ma… è strano, in questo momento è come se mi fossi tolto un grosso peso di dosso”.
Il mio sguardo doveva essere stato molto esplicito, perché subito corresse il tiro.
”Oh no no, non mi riferivo certo a lei, lei è una piuma! E’ qualcosa di piu… non glielo so spiegare”,
…
..
.

”Che cos’ è curioso?”
”Scusi?”
”Mentre le stavo… in braccio, ha detto che era “curioso”. Curioso cosa?”
”Ah, già… guardi.”
Mi indicò il paesaggio all’esterno.
”Ma io non vedo niente”.
”Appunto!

Signorina conosce il “genius loci”?
Non attese risposta, la mia espressione doveva essere stata particolarmente eloquente.
”Secondo la mitologia romana…” (e lì realizzai di essere finita in una cabina con un docente universitario logorroico, praticamente uno dei miei incubi peggiori) “…è lo spirito protettore di un determinato luogo. E io ora lo sto avvertendo!. Questo posto è qui per noi…”
Cominciai a chiedermi se, volandogli addosso, non lo avessi inavvertitamente colpito in testa. Avvertivo però provenire dalle sue parole entusiaste, uno strano calore, ed ascoltarlo era piacevole come lo sono i racconti dei bambini quando ti parlano del loro mondo fantastico, dei mostri affrontati con le loro spade di legno.

“Guardi qui fuori: dove siamo?”
”Direi che non è possibile capirlo, è tutto buio: potremmo essere sospesi in aria, in fondo al mare o addirittura sotto terra!”, cominciavo a farmi prendere anche io da quel gioco bizzarro, un po’ divertita ed un po’ per assecondarlo. Sapete com’è, una ragazza, sola, di notte…
”Esattamente, un luogo in cui l’individuo svanisce, diluendosi nella solitaria e silenziosa massa di paesaggi immaginari e…’’
”E…?”
”… e io, non lo sento più quell’affanno. Sa, sto tornando a casa da mia moglie. Ci stiamo separando. Non ci amiamo più. Ero innamorato di quella ragazza. Volevo davvero fosse per tutta la vita, ma sa, a volte ci si perde, per strada, stupidamente… E ci si ritrova uomini, e ci si ritrova donne, e sorpresa! Non abbiamo più niente in comune. Io con il mio lavoro a Milano, lei con il suo a Roma…  Ero profondamente angosciato e forse fuori da qui tornerò ad esserlo, ma adesso, ora, io sto bene. Lei come sta? Ah, che sbadato! Piacere, mi chiamo Angelo..”

 

Parlammo, non so, due ore? Tre?.

Ripenso spesso a quel momento e mi dispiace dirvelo così, ma il resto non posso condividerlo con voi.  A volte capita, raramente a dire il vero, di aprire gli occhi e accorgersi di essere stati assopiti per lungo tempo. Capita anche che un perfetto sconosciuto ti parli di se e che tu voglia ascoltarlo perché la sua vita, il suo bene, ti stanno a cuore. Percepisci il giusto peso delle cose, e la tua vita ti appare davanti con tutti i suoi casini, certo, ma vivida e bella come solo le cose delle quali non scorgiamo la fine, sanno essere.

Poi il treno ripartì. Riapparvero le prime luci della città e uscimmo quasi violentemente da quell’atmosfera irreale nella quale, se l’avessimo voluto, avremmo potuto prolungare il respiro delle nostre anime, conservandone un “pezzo” per noi. Le voci degli altri passeggeri che fino ad allora non avevo sentito riapparvero con prepotenza. Parlavano di un incidente, forse un duplice suicidio. Delle vite finivano mentre le nostre, per un attimo, erano quasi riuscite a rinascere. Angelo da li a poco tornò schivo e taciturno ed arrivati a Roma mi salutò con un distaccato “sono arrivato, buon viaggio”.
 Una ragazza con dei fermagli a forma di ranocchie in testa, era immersa nel suo mondo di musica e pensieri. Sembrava così infelice. I nostri treni ripartirono per direzioni opposte e le augurai, se non oggi, di vivere quelle stesse sensazioni dalle quali io, poco prima, avevo attinto a piene mani.

Avrei voluto conservare in eterno quelle emozioni, ma col tempo le ho perse e so che nessuno me le darà più indietro.
 Faccio come facciamo tutti, stringo a mani nude la corda  più a lungo che posso, poi le forze calano, le mani sanguinano, e tutto quello che possiamo fare nei pochi secondi che restano prima di mollare la presa, è dare un’ ultima occhiata a chi, dall’altro capo della fune, sta per fare lo stesso…
E a secondo di quello che stai per abbandonare, sorridi teneramente o ti disperi.

Quando desideri con tutto il cuore che qualcuno ti ami, dentro ti si radica una follia che toglie ogni senso alle cose. E per te non esiste piu nulla eccetto quell’insistente, profondo, amaro bisogno.
Ed è quello che provammo entrambi, Angelo ed io, l’uno per l’altra, in quella notte che per poche ore fece risuonare le nostre anime, all’unisono.

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3

Ott

polvere

Blog by Scatterhead  Blogging in pensieri sparsi, racconti brevi, scatterhead
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scritto da Scatterhead
illustrato da pickupthepieces
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26

Set

Il post che non leggerete mai, ovvero:

Blog by Scatterhead  Blogging in cazzeggio sparso, racconti brevi
 quelle malattie che è meglio prendere da bambino…
 Come non dar ragione a PK quando dice che non finisco mai i  post che lascio in sospeso, scrivendo un post che parla del post non scritto

Eccoci qui.
Avevo promesso di continuare la storia da dove l’avevo interrotta, ma questo è un blog anarchico ed egogestito, schiavo dei miei sbalzi d’umore e quindi non lo farò!
Se proprio non potete farne a meno vi riassumo il post che avreste letto ma non leggerete mai:

  • La mamma di scatterino (scatter bambino) lo costringe a stare in contatto con il vicino bambino affetto da varicella
  • Scatterino pensa che la mamma lo voglia morto, complice del fraintendimento una misteriosa telefonata con la mamma del vicino, alla quale scatterino assiste origliando nascosto sotto un tavolino.
  • Seguono due giorni di contagio forzato, con racconti dello scatterino in prima persona che vive l’esperienza come l’ultima che potrà raccontare. Sarebbe stato un post esilarante eheheh… che vi siete persi signori miei.
  • Due giorni di frequenza forzata con "l’infetto" (scatterino nel post lo chiamerà così, il piccolo protagonista si vede comparire delle macchioline rosse.
  • Nei seguenti due giorni, convinto di morire deciderà di portare sua mamma nella tomba, un po’ per dispetto e un po’ perchè la mamma è sempre la mamma e da solo non ci voleva andare. (il post assumerà toni tragicomici che il Times in questo articolo non esitò a definire "i più belli mai letti in un post". Quindi si finge molto affettuoso con la mamma e l’abbraccia continuamente sperando che essa stessa venga infettata.
  • Finito il decorso della malattia e guarito, lo scatterino chiede come mai la mamma non si fosse ammalata e lei gli risponde "sono malattie che prendono solo i bambini".
  • Lui fugge gridando qualcosa del tipo "assassina", e si rifugia in cameretta.
  • Per farsi perdonare la mamma gli regala un trenino di latta che si carica a molla e scatterino si chiede se per caso ci sia qualche altra malattia "esclusiva".

Il finale sarebbe stato da ammazzarsi dal ridere… oooh quanto vi sareste ammazzati dal ridere leggendo il finale! Vi siete persi proprio un bel post, eh già già già…

[      -      ]

In questo spazio vuoto invece, ci sarebbe stata una vignetta di makmad.
Sarebbe stata la più bella della sua carriera.

 
(gif animate gentilmente concesse, a sua insaputa, dall’ amichetto ambiguo Green)
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17

Gen

Così cammina una signora

Blog by Scatterhead  Blogging in racconti brevi

Era una donna brutta. Era molto altro forse, ma guardandola era il primo pensiero che ti saltava in mente.
"E quella chi è?"
"Quella? E’ la "Contessa" non la conosci"?
"Non passa decisamente inosservata".
"E’ matta. Una volta di buona famiglia, adesso praticamente una stracciona. Esce di casa sempre alla stessa ora, fa sempre gli stessi giri, una volta per curiosità l’ho seguita… Parte da casa sua e arriva in piazza Brà. Poi scende per via Mazzini e gira in via Cappello, quella che passa davanti casa di Giulietta per intenderci… Si siede spesso sullo stesso gradino dove guarda passeggiare la gente. Aspetta che qualcuno la fissi e allora comincia il suo siparietto. Dovresti sente come ricopre d’insulti la gente. Il tutto  fino a che il povero mal capitato oggetto delle sue attenzioni non si allontana. Poi si fa un sacco di risate e se la guardi ridere attacca con te. Ti consiglio di non fissarla troppo. Sembra che voglia ridere con te, ma è una trappola. Lei ride solo di te".

E invece io la fisso.
Era una donna davvero brutta, dai lunghi capelli neri raccolti in una coda di cavallo con un legacapelli rosso, di quelli che portano le bambine, con buffi animali di stoffa come ornamento.  D’inverno aveva sempre lo stesso cappotto. Bianco, col pelo di coniglio ai bordi del cappuccio. La sciarpa era multicolore, di quelle a buon mercato comprate nelle bancarelle a dieci euro, ma la portava come fosse una stola di visone.
 Rigorosamente in minigonna di pelle nera. Con delle calze di lana a righe orizzontali rosse e bianche. Stivaletti neri imbotti. Avrà avuto 50 anni.
Non ho mai provato a rivolgerle parola ma devo ammettere che spesso sono stato li li per farlo.
   "Uno dietro l’altro. Passi sicuri, così cammina una signora."
Era uno delle tante frasi che le ho sentito recitare quando si concedeva al suo pubblico. Già, perché dava tutta l’impressione di andare in scena ogni qual volta la incontravi per strada. Non potevi non notarla, con quelle cuffie bianche nelle orecchie, l’aria di una teenager invecchiata cresciuta nei suoi abiti. 
Potevi pensare che avesse in tasca un ipod, se non fosse stato per il fatto che tirava fuori ripetutamente il vecchio walkman per riavvolgere il nastro. Chissà che canzone ascoltasse, e perché poi sempre la stessa. 
   Poi è sparita. Non ho capito bene il perché. Quello a cui ho chiesto di lei mi ha detto che un giorno ha scelto la vittima sbagliata. "La moglie del sindaco". 
Sulla cinquantina anche lei. Impellicciata, borsetta e scarpe firmate. Capelli rossi e cotonati, trucco pesante depositato su solchi che  nessun chirurgo potrebbe più portar via.  Non di nuovo.
"Cammina come se avesse una scopa nel culo. Così! cammina una signora…", e sui suoi stivaletti consumati ha cominciato la sua improbabile passerella.
Ma quella volta sono arrivati i vigili e poi…
E poi basta. Ora per strada non la vedo più e mi piace credere che non sia quello il motivo.
Era una donna brutta e dall’espressione sempre severa. Ma un sorriso glie l’ho rubato una volta, o meglio gliel’ ha rubato Boss. Boss era piccolo e ha fatto i suoi bisogni in pieno centro, di fronte un negozio di Louis Vuitton . Lei ha sorriso e detto " bravo,  tanto valgono gli stronzi che girano con quelle borsette del cazzo…",  e se n’è andata ridendo mentre io mi rilassavo perché oltre che raccogliere la merda di Boss
, pensavo anche mi toccassero un mare di insulti da una donna alla quale non avrei mai risposto a tono.
Penso fosse una donna buona. Buona ma brutta. E forse anche molto triste.

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