Tu?
28
Mag
Mi cerchi ancora, tra queste pagine, qualche volta…
Blog by Scatterhead Blogging in Senza categoria, dedica, personale26
Mar
No, non ho il blocco dello scrittore.
Se non altro perché bisognerebbe essere scrittori per averlo, e io sono solo un cazzeggiatore munito di tastiera e blog con troppo egocentrismo e, a volte, troppo poco pudore.
Non scrivo più perché in questo periodo sono arido. That’s all.
Se ne sono accorti i miei pensieri, si affacciano e non mi riconoscono.
Sono ancora interessanti, per carità, quando arrivano sono tutti presi a raccontarsi tra loro.
Poi si guardano intorno disorientati e dicono: “ah, scusi… abbiamo sbagliato testa”.
Io non ho la forza di fermarli, di bofonchiare un timido “no no…, tornate qui, è proprio la vostra testa questa”, e vanno via.Mi sento svuotato.
Anzi, peggio.
E’ come se per anni avessi aperto scatoloni pieni di cose (interessanti o meno), che mi facevano divertire, riflettere, sentirmi vivo.
Da qualche mese ho cominciato ad aprirne di vuoti.
Ora alle mie spalle ho una pila enorme di scatoloni vuoti e quelli che sono rimasti cominciano a farmi paura: e se fossero tutti così?
Per questo non ho niente da condividere con voi, e probabilmente vedrete il blog sempre più abbandonato a se stesso ( o al vile makmad, che poi è lo stesso… lol ).
Ho smesso di amare. Vi ricordate lo Scatterhead tormentato? La verità dietro lo specchio, la ricerca disperata del suo sorriso, il bambino che disegnava sul cuore… Finito.
L’emozione più grande che provo durante la giornata è scoprire che la carie è sempre al suo posto: terzo dente a destra.
Lo trovo addirittura confortante.
Ve ne dico un’altra, ma questa non c’entra con lo svuotamento in atto.
Sono tornato in Abruzzo perchè mio padre sta più di la che di qua.
Vi dispiace? Non dispiacetevi, il 95% della giornata la cosa mi lascia indifferente.
Forse perché i sentimenti non sono “dovuti” a nessuno.
Quando nasciamo l’amore non si trova nell’imballaggio, assieme a tutto il resto.
Non è autoinstallante: devi leggere le istruzioni, montarlo, aggiornarlo periodicamente…
Certo, è sempre mio padre, ma lui non è un uomo che sa amare e di conseguenza, con tutta la buona volontà, amarlo è sempre stata un’impresa.
Quando anni fà, prima di andarmene di casa, lo misi faccia a faccia con questa realtà, lo vidi piangere per la prima volta in vita mia.
Rispose.
Io pensavo che essere padre significasse lavorare e portare soldi a casa.
Ci credete? Io non riuscivo a crederci. Come poteva un uomo avere una simile convinzione?
Ignoranza emotiva la definii in seguito, ripensandoci.
Ma intanto riuscì a farmi pena, che stronzo.
Era mio diritto essere incazzato.
Era mio diritto essere cattivo.
Ma lui no, me lo tolse con quelle parole ingenue, facendomi sentire in colpa.
Mai in vita sua, da che avevo ricordi, si era mostrato vulnerabile.
Lo sentii bambino, e io mi sentii padre.
E gli dissi che mi dispiaceva, che non lo pensavo. (Non era vero).
E gli dissi che era colpa mia, che lui aveva fatto tutto quello che poteva fare… (Non era vero) che era un buon padre (NON ERA VERO) e che avevamo solo bisogno di tempo.
Be lo sapete? Time out.
Il tempo è finito, non c’è più.
boomp3.com
Ti dispiace Scatterhead?
Si e no.
Mi dipiace che un uomo finisca il suo percorso (e certo mi dispiace che quell’uomo sia mio padre), senza avere capito un cazzo di se, della propria famiglia e di tutto quello che gli girava attorno.
Mi dispiace per lui certo, perchè quando arriviamo alla resa dei conti, se anche fosse vera la storia dell’ignoranza emotiva, temo che scattino meccanismi intrinseci e che si inevitabile tirare le somme:
quanto amore ho dato? quanto ne ho ricevuto? chi mi ricorderà?
Mi dispiace vedere la paura sulla sua faccia, e mi dispiace non avere parole.
Vorrei dirglielo quel Ti ricorderò.
E’ questo che vogliamo tutti, in fondo, no? Essere ricordati. Che altro ci resta quando arriva la fine?
Ma non posso farlo, e volete saperlo? Vuoi saperlo papà? E’ colpa tua.
Io non ho il coraggio di guardarti negli occhi diventati infinitamente piccoli, e dirti che ti amo, perché tu non l’hai mai detto a me.
O di prendere quella mano che non ho mai toccato e farti sentire che ti sono vicino, perché tu non l’hai mai fatto con me.
Hai un figlio incasinato che ha dovuto rimettere da se i tasselli a posto, quelli che avresti dovuto mettere a posto tu. E non li ha trovati tutti, e forse non lo farà mai.
Io ho ragione di essere incazzato con te.
Sono sparsi i miei ricordi, sono sparsi i miei pensieri e sono sparsi anche i miei sentimenti.
E me lo ripeto, che è colpa tua papà. E me lo dirò anche dopo, quando sarai morto, con tutto il senso di colpa che ne conseguirà se vuoi, ma me lo ripeterò.
Vorrei dirti questo, anche ora, ma forse questo tipo di pudore lo conservo ancora.
Dovrei dirtelo che mi hai fatto male, ma forse lo sai e a volte su quel letto è a questo che pensi.
Forse parte della paura che provi adesso è dovuta a quello che lascerai irrisolto.
Dovrei parlarne con te, ma sarebbe da egoisti ora.
Ci stiamo perdendo di nuovo, questa volta per sempre. E queste cose si che non potrò scordarle, quando sarà tutto finito. Ricorderò che non sono stato in grado di perdonare, e che al posto di queste storie di risentimenti, in quegli ultimi giorni avrei voulto, in fondo, prenderti in braccio come tu non hai mai fatto con me, e lasciarti addormentare. Il più dolcemente possibile.
10
Nov
Mi si chiede di parlare di me, attraverso 5 scatti fotografici.
"Mi oppongo vostro onore!", dico io.
Per due ragioni:
- In questo Blog raramente mi sono fatto scappare qualcosa di personale
- Io le foto le faccio, non me le faccio fare…
Quindi se una foto dovrà parlarvi di me, vi parli di me il fatto che io in "quella" foto non compaia mai.
Detto questo, dietro alla macchina fotografica quindi c’è Gerardo e non Scatterhead.
Chi è Gerardo?
Dopo un paio d’anni di blog forse è il caso di fare le presentazioni:
piacere lettori, il mio nome è Gerardo…
2
Nov
2 novembre 1978…
Blog by Scatterhead Blogging in infanzia sparsa, pensieri sparsi, personale, scatterhead, vita svissuta
Non è un miracolo che crescendo sia diventato lo Scatterhead allegro, simpatico ed equilibrato, che voi tutti conoscete ed APPREZZATE?
VERO che l’apprezzate?? O_o
- Mak oggi è il mio compleanno…
- Uh il giorno dei morti! Ah ah ah
- (sigh)
- Coraggio capo… guarda il lato positivo!
- Ovvero?? (^o^)
- … niente, è solo un modo di dire…
- (sigh, sob)
1
Ott
O meglio non è un racconto di fantasia bensì una serie di situazioni reali che vivo ormai da diversi anni.
Insomma leggete e non rompete le palle, ve lo spiego dopo.
(cacacazzi).
Ieri notte era una lei.
Mi toccava i piedi, le gambe il <<CENSORED>> e poi tutto il resto.
La volta prima (ormai erano ben sette mesi che non si facevano vivi) si trattava di una presenza malvagia. Sentivo una voce cavernosa che mormorava parole incomprensibili.
In entrambi i casi non ho potuto ne muovermi ne parlare, il respiro lentissimo e gli occhi pesanti e chiusi.
Dura sempre sui due minuti e poi riprendo il controllo del mio corpo.
La prima volta che ti capita (si perchè non capita solo a me, magari tra di voi qualcuno ha una testimonianza da riportare) il panico è tanto e ti svegli con la tachicardia, e mentre succede pensi "sto morendo".
<< Che cazzo stai a dire Scatterè? >>
Vi svelo l’arcano: Scatterhead a volte soffre di paralisi ipnagogica, o più comunemente detta paralisi del sonno.
Si tratta della consapevolezza di non riuscire a muoversi e a svegliarsi malgrado l’acuto desiderio di farlo, situazione che si verifica durante l’addormentamento o al risveglio. La cosa bella è che può avere luogo in concomitanza con un’allucinazione ipnagogica.
Quella che il folclore ha già da secoli catalogato come The Old Hag (La Vecchia Strega), associato di solito all’attacco di panico che si può provare al momento del risveglio ( o prima di addormentarsi) quando si ha la precisa sensazione di essere “imprigionati” da un entità. Non è sogno, è una percezione alterata della realtà… ed è un disturbo del sonno.
Pensate di essere sdraiati nel vostro lettuccio e di svegliarvi.
Tentate di aprire gli occhi e non riuscirci.
Muovervi parlare, chiedere aiuto, niente…
Il respiro è lento e non riuscite ad aumentarlo (quando mi capita penso che se fossi raffreddato probabilmente morirei asfissiato, dato che in quei momenti non potete nemmeno aprire la bocca).
Le persone in queste frangenti vengono dette “stregate” (sempre parlando di credenze popolari), anche perché molte di loro segnalano di aver “sentito” accanto ai loro letti, se non sopra, sinistre entità, passi strascicati, cavernose risate e odori sulfurei.
Io ormai c’ho preso la mano e non mi spavento nemmeno tanto.
E poi ieri notte per un attimo ho anche pensato che l’esperienza potesse avere risvolti interessanti dato che a presentarsi non è stato Freddy ma una signorina alquanto disinibita.
Se mi va bene e la prossima volta la convinco a farmi un pompino…
Le cause più comuni sono: mancanza di riposo, stress, ritmi di sonno irregolari.
Le paralisi nel sonno vanno distinte dalle illusioni ipnagogiche con le quali però possono accompagnarsi causando sensazioni particolarmente vivide e talvolta terrificanti.
24
Set
E’ vero vostro onore: da piccolo accusai mia mamma di figlicidio.
Sento che prima o poi mi troverò a dire queste precise parole in un aula di tribunale.
E’ stata lei a riportarmi alla mente la storia del figlicidio…
… l’altro giorno al telefono.
- … lo sai che tua sorella non sta mandando le bambine all’asilo perchè gira una di quelle tre malattie?. Io le ho detto di non tenerle a casa perchè è meglio che le prendano ora quelle malattie lì..
- ???
- ma si quelle che tu ne hai prese due!
- Ma che cavolo stai a dì o Mà?
- Ma sii , come si chiama, la Rosalia.
- La RosOlia vorrai dire…
- Eh quella. Che tu l’hai presa da piccolo.
- No mamma, quella mi manca, io ho preso la varicella e gli orecchioni.
- … ed il mordillo, gli orecchioni e pure la Rosalia.
- E si e la peste bubbonica e il morbo di kratzurkalì!!! Ma so’ figlio tuo o m’hai tirato via da un lazzaretto?
…
..
.
e comunque si dice MorBillo…
A questo punto ad essere onesto i flashback sono stati due e il primo non riguardava quelle malattie che è meglio prenderle da bambino ma un altra cosa piuttosto imbarazzante e riportatami alla mente dalle storpiature che da sempre mia mamma usa per condire il suo italiano.
Mi risparmierei volentieri dal raccontarvelo ma poi voi trattenete il fiato per protesta… già il più colto dei miei lettori è laureato in storia dell’aerobica, non è proprio il caso di peggiorare la situazione danneggiando ulteriormente la preziosa materia grigia…
Il primo flashback riguardava
…il Francoitalianese (versione switzerland plus©
che si parlava a casa mia.
Mia mamma, dovete sapere, partì da quel di Avellino alla conquista della Repubblica Svizzera dove visse per 6 anni. Quando tornò in patria il suo italiano non era più quello di una volta (il che sarebbe stato un bene se non fosse per il fatto che peggiorò ulteriormente).
Questo compromise il mio approccio alla lingua italiana e, una volta uscito di casa in età scolastica, ebbe gravi ripercussioni sulla vita sociale del piccolo scatterhead bambino (che solo in questa occasione chiameremo Scatterino).
Facciamo un gioco per spiegarci meglio, pronti?
Se vi dico "prendetemi la "Napp’", cosa vi sto chiedendo?
- Un disco degli Abba del 62
- Una mappa aerea della località in cui ci troviamo (National Aerial Photography Program ovvero NAPP)
- Una tovaglia
Bravi, la tovaglia! Mamma la chiamava la "Napp’" (francese "nappe"
.
Se vi chiedo di passarmi il "Plattò" che cosa prendete?
- Un piatto di fattura ungherese
- Un tipico pesce da fondo dal corpo depresso a forma di disco romboidale
- Un vassoio
Un vassoio! (in francese plateaux). Il divano diventava il Futògl’ (Feteuille) e così via…
Ecco, ora togliamo Scatterino dal contesto domestico e portiamolo a scuola con tutti i compagnucci e la Maestrina, e facciamolo parlare. Presa la cartellina con la merenda? Pronti?
"Maestra posso abbassare le STORNE che mi va il sole agli occhi?"
Dopo l’iniziale stupore della maestra ebbi l’esaltante esperienza di farmi spiegare il vero nome delle tapparelle difronte ad un intera classe di marmocchi. Se mi concentro posso ancora sentire le risatine malefiche dei miei compagnucci…
Rientrai a casa dandomi ripetutamente dello stolto (allora la censura di mia madre rispetto alle parolacce aveva ancora il sopravvento ed io ero costretto a rimpiazzare le parolacce vere con quelle di seconda mano che trovavo nella Bibbia. Ma questa è un’altra triste storia&hellip
.
Ecco, questo i primo flashback. Del secondo vi parlerò sempre qui ma domani, che riportare alla luce esperienze rimosse dal mio subconscio mi ha duramente provato.

(vorrei far notare che la maestra ha le gambe e le scarpe di juditta)
quelle malattie che è meglio prendere da bambino…
continua
16
Ago
3
Ago
In soffitta un vecchio baule sigillato da un lucchetto coperto di ruggine.
Sul baule un nome scritto col gesso dalle mani scheggiate di un bambino soddisfatto del suo lavoro, e tre iniziali aggiunte tempo dopo: con più decisione e meno freschezza.
Il giorno in cui aprii la botola e tirai giù le vecchie scale di ferro per riporre quel fagotto ingombrante,era il giorno della mia partenza, ed avevo nell’animo nostalgia del futuro. Qualche giorno prima uno scroscio di pioggia improvvisa si portò via l’estate con i suoi colori, ed ora l’odore dell’ asfalto che per mesi era stato rovente, saliva fin lassù passando dalle piccole finestre rettangolari permeandone le stanze dall’intonaco corroso.
Da quella finestra, mentre poggiavo il mio baule, scorgevo una vecchia dai lunghi capelli bianchi che contava i suoi giorni sui grani antichi che le scorrevano nelle mani rinsecchite. Nella mie orecchie le sue preghiere, che non potevo sentire ma conoscevo a memoria, e nella mia testa una frase, che ripetevo ossessivamente come fosse un mantra:
“Da ciò che vuoi conoscere e misurare devi prendere congedo, almeno per un certo tempo. Solo quando avrai lasciato la città potrai vedere quanto alte si ergono le sue torri sopra le case.”
Partii pochi giorni dopo lasciandomi tutto alle spalle…
Oggi.
Oggi ti ho pensato ancora.
La nostra storia è incisa su fogli conservati nel legno, bisbigliata alla carta alla quale testardamente, stupidamente se vuoi, mi incateno.
Quando torno in questa casa c’è un posto in cui non posso non fare ritorno. E’ un posto fisico ma nel contempo un posto dell’anima. In quel posto c’è un albero di noce sotto le cui foglie passai le mie ultime estati solitarie. Quante lettere ti ho scritto da li? E pensare che la maggior parte di esse fino a ieri, ammuffivano in un baule dimenticato…
Ti ho pensato ed avevi il volto di allora, e la tua voce non era quella lontana ed acuta, di chi oggi al telefono ti racconta annoiato del suo ultimo viaggio. Sotto quell’ albero di noce mi sono perso e ritrovato. Nel ventre di un ricordo si sgretolava il mio pensare ed il mio essere unito a me stesso.
L’amore, come un acido, nei giorni in cui ti conobbi intaccò la mia fede, l’ingenuità, la vulnerabilità. Mi fece perdere la verginità in tutte le sue accezioni fisiche e mentali. Generò il bisogno di partire, di abbandonare le poche sicurezze alle quali ero ancorato, per saltare nel baratro che mi faceva paura e che paura mi fa’ tutt’ora.
E’ triste dopo tanto tempo, capire che, in fondo, non sono ancora partito. Che dopo tutto questo trambusto, i chilometri, le urla, le parole irripetibili, le telefonate interminabili e gli insostenibili addii, tu sia ancora qui, e con te anch’io.
Ieri notte ho preso il baule e l’ho aperto. Tra le tante cose quella che mi ha colpito di più è stata una foto: un montaggio fatto da me al computer, di noi due che sorridiamo abbracciati. Era tanta la distanza, e tanto il tempo che ci separava, che non resistetti alla tentazione, ricordo tenero e patetico nel contempo.
Ecco, tu eri questo, e lo sei tutt’ora.
Un’ immagine che io stesso ho ritagliato e mi sono incollato accanto.
28
Lug

(Nella foto uno Scatterhead ancora innocente immortalato durante un momento di intimità.
Notare l’oro Saiwa, per la serie " magno e caco a presa diretta" e le prese elettriche a portata di manine paffutelle.)
So’ du iurn’ ca so turnat in abruzz, a la casa mi’.
Mo nun è che n’ g’ criditt ca l’accend’ mi’ fusc’ cagnat a forz’ d’ stà cu li pulendò, ma unestamende nun m pareva na cusa tand grav… vabbuò, m so sbagliat’.
Allo’ pe recuperà n’andicchia m so’ decis d fà nu posct tutt scritt cu lu dialetta mi. E se vuleta cummendà lu putet fà cu lu dialett vostr, ca qua niscun v rnfaccia nind, vabbuò?
C’ sem capit?
Traduzione:
Giorni or sono giunsi in Abruzzo, la mia terra natia.
Al mio arrivo, Inaspettatamente, udii la mia genitrice pormi un singolar quesito.
Disse:
" Figlio, il suono della tua favella non è familiare alle orecchie della tua povera madre… Guardate!!! - aggiunse con gesto plateale e tono goliardico - " giunto a farci visita è il Torinese! Perchè, invero, non ti esprimi come hai sempre fatto? Cos’è, rinneghi le tue nobili origini?".
Lungi da me affermare che l’accento delle terre nordiche non abbia in alcun modo intaccato il mio dialetto ma, onestamente, non mi aspettavo una simile umiliazione da parte dei miei familiari.
Orbene, per porre rimedio a cotanto scempio, ho deciso di scrivere il presente post nel mio dialetto, l’abruzzese e, se la ritenete cosa gradita, siete invitati in tutta risposta a commentare nel vostro.
(specificate il nome del vostro dialetto, altrimenti mi condannate all’approssimazione)
23
Giu
Io voglio il vento
Blog by Scatterhead Blogging in infanzia sparsa, pensieri sparsi, personale, scatterhead
Da bambino costruivo aquiloni.
Per costruire un aquilone hai bisogno di poche cose: Spago, carta e delle canne per la struttura. Andavo in un canneto e sceglievo le migliori, quelle piccole, esili, leggere. Per poter volare bisogna evitare inutili pesi, una banale lezione di vita che impari in anticipo, a forza di tagliare e levigare.
Lì nel canneto ti scheggiavi le gambe ma non ci badavi tanto, cosa che poi rimpiangevi in lacrime quando la sera tua madre ti "medicava" le ferite con l’alcool etilico invece che con l’acqua ossigenata.
Perchè mia nonna diceva che disinfettava meglio e costava meno.
Quando l’aquilone era pronto e il vento abbastanza forte, prendevo la bici e mi dirigevo verso la collina più alta, un paio di chilometri da casa mia. Lasciavo la bici vicino al torrente, tiravo su i pantaloni e a piedi nudi entravo nell’acqua gelida. Quella collina potevo raggiungerla solo passando da lì.
Ripensandoci ora è bello essere cresciuti in un posto simile dove, ad appena dieci anni, potevi allontanarti da tutto e tutti senza chiedere il permesso a nessuno, neppure a tua madre.
Camminare tra l’erba e gli alberi di noce, dove il silenzio era rotto solo da canti di cicale e cinguettii di uccelli di ogni razza, dei quali mi ripromisi d’imparare i nomi ma che finì per non fare mai, crescendo.
La solitudine da bambino non è come quella che vivono i grandi, almeno quando sei tu a cercarla.
Ma questo secondo me è un concetto che la maggioranza dei bambini, di oggi e di ieri, non possono conoscere, per via di madri iperprotettive o di città opprimenti, dove alla fine i figli hanno lo stesso spazio che è concesso ad un cane quando lo porti al parco a fare i bisogni.
La società ci stà ingabbiando, ci stringe al collo guinzagli invisibili che crescono con noi e su di noi, e cambiano il concetto di libertà che è legato al nostro corpo. Non parlo di concetti astratti, di cose eteree. Parlo della castrazione che subisce la mente crescendo nel recinto innaturale della società moderna.
Gli spazi finiscono per restringersi anche nella nostra testa fino a che diminuisce il bisogno di uscire di casa, dal nostro ufficio, dai luoghi in cui "socializziamo", e a poco a poco ci abituiamo a vivere nello spazio vitale che occorre per piantare i piedi a terra e stare dritti in piedi e immobili.
Certo il fatto di avere avuto tanto spazio, tanta aria e tanto cielo quando ero piccolo, non significa niente in fin dei conti.
Quando la gabbia cade e ci finisci dentro il problema è lo stesso che hanno in molti, ovvero:
Quando però il tuo corpo ha la memoria del vento nelle orecchie mentre corri a perdi fiato giù da una collina, e un aquilone sta per alzarsi in aria legato ad uno spago che stringi in mano, la gabbia che ora fa da sfondo alla tua quotidianità è un contrasto troppo forte e il disagio che per molti può essere sopportabile, per te è davvero opprimente.
Non vorrei accontentarmi dell’aria che mi sono abituato a respirare in questi anni:
Io voglio il vento.
Ma temo che se anche ora mi mettessi a costruire un aquilone, per prima cosa lo riempirei di pesi inutili e, secondo, non avrei abbastanza spazio ne vento, per fargli prendere quota.
Tutta qui la tristezza di questi giorni, forse.
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