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It’s all your fault, Scatterhead

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12

Feb

Arreté la musique

Blog by Scatterhead  Blogging in infanzia sparsa

– clicca la piaff, e poi torna quaff. –

Sono cresciuto in Francia.
No, non fisicamente.
Da bambino in casa il vecchio mangianastri era sempre acceso, mentre mia madre lavava i piatti accennando passi di danza confinati su quello straccetto messo a terra per non bagnare, ascoltando ( fra tante altre) le canzoni di Edith Piaff.
Mia madre è una di quelle tante donne che non hanno saputo schivare la vita.
Le si è scagliata contro e lei l’ha presa in pieno volto, nel bene e nel male.
I racconti della sua infanzia erano permeati di quel senso di ineluttabilità, di rassegnazione e, se vogliamo, anche un po’ di autocommiserazione.
Eventi eccezionali che potevano portare ad una svolta e che poi PUFF, si sgretolavano come fa la terra quando è secca:
Una ricca ereditiera che voleva adottarla, un lavoro che amava e una vita agiata in uno dei quartieri più belli di parigi, vita alla quale rinunciò per seguire mio padre in italia e ritrovarsi ad avere a che fare con una suocera morbosamente attaccata al figlio.
E ancora storie di morti ammazzati, del fratello perso in una giornata di sole al lago, della mamma finita in prigione perchè comunista e fomentatrice di rivolte e, crescendo, della cognata che considerava la sua migliore amica e che un giorno le sputò addosso tutto il suo inmotivato odio, cogliendola alla sprovvista quando tentò di portarle via mia sorella maggiore…
Si, c’ho mamma, che Violetta Valery de “La Traviata”, le fa un pippa, le fa.
Insomma, questa donna raccontava il suo romanzo al suo unico pubblico, i suoi 4 figli, con la Piaff che cantava in sottofondo.
Capite bene che non potevo crescere normale.
Sabato scorso ho visto il film ispirato alla vita della Piaff, “La vie en rose”.
Io non ci tenevo a vederlo, ma non toccava a me scegliere il film questo giro e, bon, pazienza.
Alla fine del film ero da raccogliere col cucchiaino. Vuoi perchè effettivamente è una storia forte, vuoi perche ad ogni canzone affiancavo alle immagini che vedevo sullo schermo quelle del personale film di famiglia…
E’ stato come nella canzone che state ascoltando. La musica sale e sul finale non reggi… ti fai scappare un “Arreté la musique!”.
Vedetelo.
Scatterhead ha parlato.img246/9380/edithpiafwe3.gif

Edit: come volevasi dimostrare, ha vinto l’oscar come migliore attrice 2008…

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18

Dic

La vita non è come nelle pubblicità Barilla Sottotitolo: “Fuggi micetto fuggi, salvati almeno tu”

Blog by Scatterhead  Blogging in citazioni, dedica, infanzia sparsa

"Miiiiia Nonna, quando le portavi in casa i micetti,
  prendeva a sbatterli a terra con tutta la forza che aveva in corpo.
Poi, pregna di pragmatismo, ti guardava ed esclamava:
"Senza mamma morivano uguale, ma lentamente e soffrendo di più".
Io non lo so se dicevo "grazie" o mi mettevo semplicemente a piangere,
ma probabilmente è per questo che questa pubblicità m’è rimasta sul groppone."
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15

Dic

Grigio neve

Blog by Scatterhead  Blogging in infanzia sparsa, pensieri sparsi

  *              *
                                                           
*        *                                             *
                         *                                              *                      *
                                                                                                             *        *                                            
*
                         *      
  *                              * 
                                                                                                      
              *              *
                                                                                                  *                
                                                                                                                  *                                            
*
                         *
 *                                      *
                                                                               
                    *                                             *
                         *                                                                      *                    *                                             *
                         *

C’è aria di neve.
Mi chiama Mamma che sembra una bambina, e mi dice che a casa è tutto bianco, come piace a me.
Qui a Torino è tutto grigio, come piace a non so chi, certo non a me, ma se è grigio a qualcuno deve pur piacere altrimenti l’avrebbero fatta di un altro colore sta città qui, penso.
I miei vicini di casa (li chiamo così nonostante gli 800 km di distanza… hanno nei rispettivi contatti Msn messaggi entusiastici, manco avessero ancora 10 anni. Stronzi.
Io li invidio perché già so che passeranno la domenica a tirarsi palle di neve fregandosene delle mie mature  considerazioni sul tempo che passa.
Qui a Torino c’è aria di neve, ma non c’è neve ne c’ho più i vicini.
Certo quello che abita nell’appartamento di fronte al mio è "vicino" a tutti gli effetti ma ha 80 anni, è Pugliese e dal suo appartamento arriva sempre odore di cime di rape o di broccoli.
Anche nevicasse non penso andrei a chiedergli di venire fuori a giocare con me.
Che faccio? Perché quando c’è aria di neve non è che si possa stare in casa indifferenti, sapete?
Perché quando c’è aria di neve è’ un momento solenne.
Perché quando c’è aria di neve bisogna smettere di fare quello che stai facendo e fermarsi.
E se stai fermo, quando c’è aria di neve, devi far finta di fare qualcosa per poter poi smettere di farla.
Bisogna affacciarsi alla finestra, respirare profondamente, convincersi che la vita è bella e sorridere come se qualcuno stesse lì lì per farti una fototessera.
Ma se a Torino non nevica come faccio io a solennizzarmi? Mica è colpa mia?
E pure se nevica, ora che ci penso, che faccio? Esco a giocare a palle di neve con i parcheggiatori abusivi e lo zingaro che suona a ripetizione la stessa canzone dalle 8 di mattina alle 20 di sera?
Non è proprio uguale…
E poi c’è una cosa.
Nel posto in cui sei cresciuto è sempre più facile fingere di essere bambini.
Li c’è Zappò (Elisabetta), la vecchia che viveva di fronte casa e che si lamentava sempre con mamma perché giocavo a nascondino sul suo terreno coltivato a Pomodori, c’è  Peppò (Giuseppe) il meccanico dall’ altra parte della strada a cui, da piccolo, andavo a fregare gli arnesi per costruire i miei "carretti"… C’è "Manducc’" (Domenico)  e Tonì d’ Middiò (Antonio…  e il resto del nome è ancora un mistero per me).
Quando torno a casa mi accorgo che per loro sono sempre "quello piccolo che faceva i danni" e quindi tornare bambini viene da sé e,  per assurdo, si stupirebbero nel non vedermi fuori a spalmarmi nella neve come un deficiente con i miei vecchi amici.
Vecchi…
Che schifo il tempo che passa eh?

 

Pubblicità progressogemelli
A Grande richiesta (praticamente ricevo PVT con minacce di morte) sto per aggiornare e forse terminare le affinità zodiacali tra Blogger e Blog. Comincio Lunedi 17.
Intanto controllate se l’affinità tra voi e il vostro blog è stata già pubblicata…

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2

Nov

2 novembre 1978…

Blog by Scatterhead  Blogging in infanzia sparsa, pensieri sparsi, personale, scatterhead, vita svissuta
complescatter

Da bambino, abitando vicino al cimitero, il giorno del mio compleanno era caratterizzato dal via vai di gente vestita di nero che passava davanti al cancello di casa con espressione triste e mogia…
Non è un miracolo che crescendo sia diventato lo Scatterhead allegro, simpatico ed equilibrato, che voi tutti conoscete ed APPREZZATE?
VERO che l’apprezzate?? O_o

- Mak oggi è il mio compleanno…
- Uh il giorno dei morti! Ah ah ah
-  (sigh)
- Coraggio capo… guarda il lato positivo!
- Ovvero??  (^o^)
- … niente, è solo un modo di dire…
- (sigh, sob)

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28

Lug

Parla ‘nda mign ! ! !

Blog by Scatterhead  Blogging in infanzia sparsa, pensieri sparsi, personale
Immaginege2

(Nella foto uno Scatterhead ancora innocente immortalato durante un momento di intimità.
Notare l’oro Saiwa, per la serie " magno e caco a presa diretta" e le prese elettriche a portata di manine paffutelle.)

So’ du iurn’ ca so turnat in abruzz, a la casa mi’.

La prima cosa ca m so sendit dicer’ a stat’: " Ma cuma pirl’? Auà, arrvat’ lu turines… parla ‘nda ming’, cammina…"
Mo nun è che n’ g’ criditt ca l’accend’ mi’ fusc’ cagnat a forz’ d’ stà cu li pulendò, ma unestamende nun m pareva na cusa tand grav… vabbuò, m so sbagliat’.
Allo’ pe recuperà n’andicchia m so’ decis d fà nu posct tutt scritt cu lu dialetta mi. E se vuleta cummendà lu putet fà cu lu dialett vostr, ca qua niscun v rnfaccia nind, vabbuò?
C’ sem capit?

Traduzione:

Giorni or sono giunsi in Abruzzo, la mia terra natia.
Al mio arrivo, Inaspettatamente, udii la mia genitrice pormi un singolar quesito.
Disse:
" Figlio, il suono della tua favella non è familiare alle orecchie della  tua povera madre… Guardate!!! - aggiunse con gesto plateale e tono goliardico - " giunto a farci visita è il Torinese! Perchè, invero, non ti esprimi come hai sempre fatto? Cos’è, rinneghi le tue nobili origini?".
Lungi da me affermare che l’accento delle terre nordiche non abbia in alcun modo intaccato il mio dialetto ma, onestamente, non mi aspettavo una simile umiliazione da parte dei miei familiari.
Orbene, per porre rimedio a cotanto scempio, ho deciso di scrivere il presente post nel mio dialetto, l’abruzzese e, se la ritenete cosa gradita, siete invitati in tutta risposta a commentare nel vostro.


I blogger che mi commentano e i loro dialetti:
(specificate il nome del vostro dialetto, altrimenti mi condannate all’approssimazione)

 Abruzzese:
                                                                                                     

Blogger: violablog Blogger: Blogger: Blogger: Blogger: Blogger: Blogger: ScatterHead Blogger: Blogger:    Blogger:
                                                         
Agrigentino:

Blogger:

  Barese:      

                                                                                            
Blogger:        

Bergamasco:

Blogger:  Blogger:

Bolognese:

Blogger: Blogger:

Brindisino:

Blogger:

Calabrese:

Blogger: Blogger:

Campano:

Blogger:  Blogger:  Blogger:  Blogger:  Blogger: rose74 Blogger:  Blogger:
Foggiano:

Blogger:  Blogger:  Blogger:

Friulano:

Blogger: Blogger:

Imolese:

Blogger:

Ligure:

Blogger:

Marchigiano:

Blogger: Blogger:  Blogger:

Milanese:

Blogger: Blogger:  Blogger:  Blogger:

Napoletano:

Blogger:
    
Nettunese:

Blogger:             
                                                           
Palermitano:

Blogger: Blogger:

Piemontese:

Blogger:  Blogger:

Potentino:

Blogger:

Pugliese:

Blogger: Blogger:  Blogger: TataEmma

Ravennate:

Blogger:

Reatino:

Blogger:

Riminese:

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Triestino:

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Veneziano:

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Veronese

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Vicentino:

Blogger:

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23

Giu

Io voglio il vento

Blog by Scatterhead  Blogging in infanzia sparsa, pensieri sparsi, personale, scatterhead

AQUILONE




Da bambino costruivo aquiloni.

Per costruire un aquilone hai bisogno di poche cose: Spago, carta e delle canne per la struttura. Andavo in un canneto e sceglievo le migliori, quelle piccole, esili, leggere. Per poter volare bisogna evitare inutili pesi, una banale lezione di vita che impari in anticipo, a forza di tagliare e levigare.
Lì nel canneto ti scheggiavi le gambe ma non ci badavi tanto, cosa che poi rimpiangevi in lacrime quando la sera tua madre ti "medicava" le ferite con l’alcool etilico invece che con l’acqua ossigenata.
Perchè mia nonna diceva che disinfettava meglio e costava meno.

  Quando l’aquilone era pronto e il vento abbastanza forte, prendevo la bici e mi dirigevo verso la collina più alta, un paio di chilometri da casa mia. Lasciavo la bici vicino al torrente, tiravo su i pantaloni e a piedi nudi entravo nell’acqua gelida. Quella collina potevo raggiungerla solo passando da lì.

Ripensandoci ora è bello essere cresciuti in un posto simile dove, ad appena dieci anni, potevi allontanarti da tutto e tutti senza chiedere il permesso a nessuno, neppure a tua madre.
Camminare tra l’erba e gli alberi di noce, dove il silenzio era rotto solo da canti di cicale e cinguettii di uccelli di ogni razza, dei quali mi ripromisi d’imparare i nomi ma che finì per non fare mai,  crescendo.

La solitudine da bambino non è come quella che vivono i grandi, almeno quando sei tu a cercarla.
Ma questo secondo me è un concetto che la maggioranza dei bambini, di oggi e di ieri, non possono conoscere, per via di madri iperprotettive o di città opprimenti, dove alla fine i figli hanno lo stesso spazio che è concesso ad un cane quando lo porti al parco a fare i bisogni.

La società ci stà ingabbiando, ci stringe al collo guinzagli invisibili che crescono con noi e su di noi, e cambiano il concetto di libertà che è legato al nostro corpo. Non parlo di concetti astratti, di cose eteree. Parlo della castrazione che subisce la mente crescendo nel recinto innaturale della società moderna.
 Gli spazi finiscono per restringersi anche nella nostra testa fino a che diminuisce il bisogno di uscire di casa, dal nostro ufficio, dai luoghi in cui "socializziamo", e a poco a poco ci abituiamo a vivere nello spazio vitale che occorre per piantare i piedi a terra e stare dritti in piedi e immobili.
Certo il fatto di avere avuto tanto spazio, tanta aria e tanto cielo quando ero piccolo, non significa niente in fin dei conti.
Quando la gabbia cade e ci finisci dentro il problema è lo stesso che hanno in molti, ovvero:

Come cazzo ne esco?

Quando però il tuo corpo ha la memoria del vento nelle orecchie mentre corri a perdi fiato giù da una collina, e un aquilone sta per alzarsi in aria legato ad uno spago che stringi in mano, la gabbia che ora fa da sfondo alla tua quotidianità è un contrasto troppo forte e il disagio che per molti può essere sopportabile, per te è davvero opprimente.
Non vorrei accontentarmi dell’aria che mi sono abituato a respirare in questi anni:
Io voglio il vento.

Ma temo che se anche ora mi mettessi a costruire un aquilone, per prima cosa lo riempirei di pesi inutili e, secondo, non avrei abbastanza spazio ne vento, per fargli prendere quota.
Tutta qui la tristezza di questi giorni, forse.

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16

Ago

ferro battuto e sudore

Blog by Scatterhead  Blogging in infanzia sparsa, personale, scatterhead

 

Un padre abbraccia suo figlio.
Il bambino appare  piu piccolo di quello che è fra le sue braccia.
Le sue mani forti gli accarezzano i capelli, gli asciugano gli occhi.
Quando suo padre lo culla in questo modo, il piccolo puo accostargli l’orecchio al petto
e la voce del papà, sembra entrargli dritta in testa, amplificata, calda. avvolgente.
non ha paura di niente, il peggio è passato. un uomo abbraccia suo figlio.
"di cosa avevo paura?" pensa il bambino.

Un figlio abbraccia suo padre.
quelle spalle un tempo enormi, ora fragili come gressini,
impongono al figlio di allentare la stretta
…per quanto vorebbe stringerlo, quasi ad incorporarlo, per non lasciarlo andar via.
‘Perchè papà non ti avrebbe mai stretto di meno quando eri tu ad aver bisogno di lui ‘
E ora che i ruoli si sono invertiti, vorresti rendergli l’amore di una vita in un abbraccio.
Ma l’uomo che era non c’è piu.
E lì, fra le tue braccia, il suo debole respiro detta i tempi di un triste comiato.

Ho visto piangere mio padre due volte in tutta la sua vita.
entrambe le volte per colpa mia.
La prima quando ormai insensibile ai suoi schiaffi, con gli occhi accesi d’odio gli urlai contro tutta la rabbia che avevo in corpo.
" Che razza di padre sei".
Farfugliò qualcosa e poi crollò in un pianto disperato. Quella sera piansero tutti, pianse lui, pianse mia madre, piansero i miei fratelli e piansi io. Gli chiesi scusa, gli dissi che mi dispiaceva, che non lo pensavo.
Mentivo.
Ero io l’ uomo e lui un bambino.
Ma non me l’avevano detto. Scusami.
La seconda volta quando lo abbracciai inaspettatamente in un impeto di gioia, per qualcosa che m’era accaduto e al quale avevano assistito lui e mia madre. Abbracciai lui, non se l’aspettava.
Abbracciai mia madre e poi tornai fra la folla.
Da lontano notai i suoi occhi lucidi ma non ci pensai troppo. Giorni dopo mia madre mi racconto che appena mi persi tra la folla lui commosso le disse:" hai visto come mi ha stretto?" e piangeva, dio se piangeva…

Oggi ho assistito alla celebrazione della morte del padre di una persona a cui tengo molto. Loro si sono scambiati quell’ultimo abbraccio che ho immaginato qualche riga piu su, un anno fà.
E ho pensato a mio padre, che presto perderò. E allora ho capito. Ho capito perche piangeva.  Era la prima volta che sentiva le braccia di suo figlio stringerlo. L’ho capito solo oggi, mentre tornavo a casa imbarazzato, nonostante la pioggia mi aiutasse a camuffare un pò i miei occhi lucidi.
Non ho avuto un gran bel rapporto con lui, è difficile tutt’ora anche solo guardarci negli occhi per piu di 5 secondi. Ci sentiamo entrambi in imbarazzo. Io lo camuffo meglio, lui è proprio una frana invece…
 Penso a quante volte ho invidiato i padri degli altri da piccolo. A come gli strascichi di un rapporto malato hanno creato i miei  "amori sbagliati" e la persona sbagliata che sono. 

Nonostante questo, ogni tanto ritorno bambino. Ogni tanto ritorno ad abbracciarlo.
No, non quell’unico abbraccio bagnato di lacrime.
Sono semplici abbracci. Mio padre non lo sà, ma io me li ricordo. Ero piccolissimo,  a quanto pare abbastanza piccolo da fare in modo che le mie manifestazioni d’affetto non lo inibissero. Lui tornava stanco dal lavoro, si sedeva sul divano e guardava la tv. Io mi avvicinavo a lui. Sentivo ancora la puzza del ferro che aveva battuto per tutto il giorno e del suo sudore. Ma allora non ero schizzinoso, e abbracciarlo era naturale mentre la sua pancia mi faceva da cuscino. Era l’odore di mio papà, non era un granchè, la chiamerei facilmente puzza oggi, ma i bambini si sà, in questo sono come gli animali, se l’odore gli parla di qualcuno o di qualcosa allora va bene.  E a me stava bene.
E mentre mia madre preparava la cena io stavo li ad ascoltarlo respirare.
E il nostro gioco, era un giro di 3 battute:

- papà
- mmh…?
- dì trentatrè…

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